riccardo luna e riccardo donadonIeri sera ho partecipato all’incontro dal titolo “La rivoluzione degli innovatori”, con Riccardo Luna e Riccardo Donadon, nell’ambito della manifestazione Pordenonelegge, sponsor Unione Industriali Pordenone. Uno dei temi che più in assoluto mi ha colpito (e piaciuto) è stato il concetto di ritorno alla manualità, un nuovo modo di intendere la figura dell’artigiano che è da un lato rappresentato dalla programmazione, intesa come il saper fare, il saper brevettare cose che possano aiutare gli altri, manualità unita alla tecnologia per plasmare concretamente idee di miglioramento della vita quotiana (programmazione e inglese ormai devono essere il pane quotidiano dei nostri giovani – pensiamo ad esempio, come ha detto Luna, che in Italia ci troviamo di fronte a 30 milioni utenti in rete, negli Usa sono 300 mila e si utilizza un linguaggio compreso a livello universale). Dall’altro lato però, ci troviamo in un’Italia in profonda crisi in cui di certo le startup non possono avere il ruolo di salvatori universali: l’Italia è un popolo di pmi che possono salvarsi grazie alla rete, all’ecommerce, al SEO, quindi alla programmazione. Ecco che allora il ritorno alla manualità è anche il ritorno alla valorizzazione della creatività italiana, della piccola imprenditoria, del fare in proprio con il supporto della tecnologia.
E di fronte alle inevitabili considerazioni sulla lentezza italiana, la burocrazia, l’immobilisimo, la risposta non può essere che una sola: non sono le leggi che cambiano un Paese, ma le persone.

Il movimento legato alle startup ha iniziato a vivacizzarsi in Italia circa cinque anni fa, nel tempo l’onda è diventata sempre più grande e importante, così come le esigenze e le aspettative delle persone che ci stanno investendo la propria vita: queste persone non hanno solo bisogno di soldi o di business angels, ma anche di formazione, di supporto psicologico, di un vero e proprio ecosistema in grado di accogliere le idee e nutrirle. Basti anche solo pensare all’aggregazione e a come forme di lavoro collaborativo, una su tutte il coworking, stiano cambiando una mentalità tipicamente italiana  ncetto aldel successo individualistico, a favore dell’approccio in team, per unire le forze e puntare insieme verso lo stesso obiettivo.

I casi e gli aneddoti portati dai relatori sono stati numerosi: dallo Startup Weekend, in cui i ragazzi hanno un solo minuto per presentare la propria idea e farsi votare dagli altri partecipanti al concorso, coloro che ottengono il maggior numero di voti sono quelli che hanno poi la possibilità di realizzare la propria idea insieme agli altri partecipanti in 54 ore. Oppure il caso della scuola di Brindisi, il cui Preside, ritornato da un viaggio al MIT decide di rivoluzionare il proprio modo di fare scuola, invitando i docenti a creare loro stessi i testi scolastici, utilizzando i soldi destinati ai libri per acquistare tablet e garantire a tutti gli studenti l’accesso alla rete. O la storia di Massimo Barzi, che nessuno conosce in Italia, ma è famosissimo in tutto il mondo per aver creato Arduino, una scheda elettronica utile per creare rapidamente prototipi. Infine ancora, la storia tragicomica dei due AD di Olivetti che hanno dichiarato negli anni Novanta che Internet non avrebbe mai avuto un futuro, segnando così la fine definitiva della storica azienda e contribuendo in maniera rilevante al deficit di ritardo cronico per il nostro Paese: ironia della sorte, come si sa, i due in questione sono Carlo De Benedetti e Corrado Passera.

Insomma, bella serata, gran belle persone, grandi storie. Peccato che di giovani ce ne fossero troppo pochi presenti in sala. Donadon ha evidenziato come si sia radicalmente abbassata l’età media in cui si “fanno le cose”, ma di ventenni e trentenni ce n’erano molto pochi in sala, quelli a cui queste parole avrebbero fatto bene al cuore e all’anima, quelli che forse in quel momento erano invece chiusi nel proprio garage a prepare il pitch di 5 minuti che cambierà la loro vita.

Potrebbe interessarti anche: