Ho letto con molto piacere questo recente articolo di Sara Rocutto, pubblicato su Linkiesta.it: I giovani non vogliono più sporcarsi le mani? Meglio. Ho sempre pensato che fosse troppo difficile dirimere la questione se sia meglio studiare o comunque scegliere un lavoro per cui non ci sente portati, ma sicuramente pagato, oppure seguire le proprie inclinazioni e provare a trovare la propria strada, rischiare nonostante le classifiche e i sondaggi.
Dell’articolo della Rocutto in particolare mi ha colpito uno dei passi finali:

e intanto mi chiedo quale cultura malata si sia sviluppata in Italia, tale da elogiare chi a 25 anni va a lavorare con la febbre con il terrore di perdere un contratto a progetto da 650 euro al mese (ignorando magari alcuni elementi basilari di diritto del lavoro, di sicurezza, di rispetto della salute dei colleghi, cose che nelle aziende sempre meno sindacalizzate e nelle nuove aziende innovative, è purtroppo, la norma) e denigrare chi con sacrificio, nella speranza di non trovarsi tra 20 anni nell’incapacità di decifrare un contratto di lavoro, prende una laurea e poi prova a fare quello che ama, o qualcos’altro nel frattempo.
Il lavoro dovrebbe essere uno strumento per condurre dignitosamente la nostra vita. Tutto quell’incessante ragionare sulla PRODUTTIVITÀ un po’ mi preoccupa, perchè temo che si perda il significato di “strumento”, per far diventare il lavoro l’unico fine della nostra vita. O forse è già così.

Ci sono infatti quelle situazioni aziendali in cui quasi non si osa parlare di “tempo libero” o “ferie” perché si verrebbe immediatamente bollati con estrema vergogna come “sindacalisti” o addirittura “comunisti”, o magari faziosi della “decrescita felice”, solo per aver pensato di avere diritto a del tempo per sé (= famiglia, figli, hobby, salute, sport), ossia tempo in cui non si è tenuti a PENSARE ESCLUSIVAMENTE ai problemi dell’azienda. Già odio le categorizzazioni in sé, figuriamoci come possa sopportare queste definizioni, usate con accezioni negative senza alcun criterio storico o politico. Mi hanno sempre fatto ridere, poi, le persone che dicono di non fare mai ferie, fintamente lamentandosi e consapevolmente vantandosi, perché hanno (DICONO di avere) tanto lavoro da fare, oppure non possono (DICONO di non poter) permettersi di lasciare l’azienda da sola nemmeno per qualche giorno.

Charlie Chaplin

Non mi si venga a dire che la vita dei dipendenti è più semplice di quella degli imprenditori: credo che ognuno abbia una vita con le sue complessità e che ognuno debba essere l’unico responsabile delle proprie scelte, fatte per inclinazione o per obbligo non ha più importanza. Ognuno ha una famiglia cui pensare, problemi di salute da non trascurare e passioni o hobby che stimolano la vita e la curiosità. Non è questa una parte consistente della ricchezza della nostra esistenza?

Il lavoro è fondamentale per vivere, ma non si può giudicare qualcuno positivamente o negativamente solo sulla base delle ore di straordinario fatte o di ferie accumulate. Non si può considerare fannullona una persona che, cercando un’occupazione in linea con la propria professionalità, di fronte a qualche proposta di lavoro dice “Rifiuto e vado avanti!”. Né si può considerare un idolo colui che rinnega la propria formazione e decide di fare un lavoro diverso, magari cercando di farselo piacere. Ognuno fa del suo meglio e prende delle decisioni, nella speranza di vivere dignitosamente e serenamente.

E allora perché vantarsi di LAVORARE SEMPRE? Proprio misera deve essere l’esistenza di chi non ha nessun altro, nemmeno un animale domestico, con cui passare del tempo libero, o non sta bene nel proprio ambiente famigliare, tanto da doversi dedicare così ampiamente solo al lavoro. E poi, per favore, un po’ di rispetto per chi non ha un lavoro.

Chaplin Charlie: Tempi moderni

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