Grazie ad un attento e preciso giudice tutelare della bella cittadina di Spoleto, il  20 giugno pv. la Consulta sarà chiamata ad esprimersi sulla legittimità dell’art. 4 della legge 194/1978, Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza. L’articolo indica che può ricorrere all’interruzione di gravidanza entro i primi 90 giorni la donna che

accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito.

Sex, educationIl giudice di Spoleto sostanzia la sua richiesta a seguito del caso di una minorenne che si è rivolta al Consultorio per l’interruzione volontaria di gravidanza, senza coinvolgere i genitori. In particolare, il giudice sostiene che l’art. 4 vìoli il principio della tutela dell’embrione sancita dalla Corte europea per i diritti dell’uomo e la salvaguardia della salute dell’individuo sancita dalla Costituzione. Secondo il giudice l’interruzione volontaria di gravidanza comporta «l’inevitabile risultato della distruzione di quell’embrione umano che è stato riconosciuto quale soggetto da tutelarsi in modo assoluto».

Io penso che abbia diritto di essere tutelato l’embrione, tanto quanto la madre, soggetto che mi pare venire spesso dimenticato in molti dibattiti e nella maggior parte delle arringhe dei vari obiettori di coscienza. Nessun altro se non la madre può sapere quale sia la cosa giusta da fare; nessun altro se non la madre può decidere. Anche solo il pensiero che un soggetto terzo possa esprimersi al posto della madre in una decisione così delicata costituisce un sopruso, una soppressione della libertà individuale e una mancanza di rispetto verso la donna. La donna non deve essere considerata il mero involucro, il semplice strumento attraverso cui far nascere una nuova vita.

La donna è la persona che avrà la responsabilità di quella nuova vita, quando nascerà: anche la responsabilità di averla abbandonata, se dovesse non trovarsi nelle condizioni di mantenerla e darle tutte le cure di cui necessita. Per cure non intendo solo il cibo e una casa, ma anche (e soprattutto) amore, serenità, calore, speranza, attenzione.

L’educazione e l’informazione sono gli unici strumenti che posso sostenere la nostra società e migliorarla: iniziamo a considerare l’educazione sessuale come elemento base dei programmi formativi fin dalle scuole primarie, preparando quegli insegnanti spesso vittime, in Italia, dei propri moralismi cattolici. Quello del sesso è certo un tabù che in Italia non è caduto, anzi: quindi, come possiamo pretendere maggiore consapevolezza da giovani che dimostrano di non conoscere i sistemi di contraccezione???  A chi spetta la responsabilità dell’educazione di quei giovani?

La legge 194 non stabilisce un obbligo e non costituisce un sopruso: è una legge che a partire dal 1978 ha aiutato ad arginare la piaga degli aborti clandestini e garantisce una libertà individuale inviolabile, quella della SCELTA. La società, le istituzioni e la scuola, negli anni successivi, avrebbero dovuto promuovere un’educazione e un’informazione adeguata per garantire maggiore consapevolezza nelle scelte: pare proprio che così non sia stato, visto il caso di Spoleto e le molte storie drammatiche che i ben pensanti non vogliono ascoltare o scaricano come “scelte di persone irresponsabili e poco avvedute”.

Ricordiamolo: si tratta SEMPRE di storie drammatiche, anche solo per questo quelle donne meritano il nostro rispetto e una carezza.

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